Saprai starmi accanto?

Era l’ingombranza del cancro a farmi pensare che probabilmente sarei rimasta sola. Lo spazio che il tumore occupava nei miei pensieri. Il ruolo che aveva nel condizionare il mio umore.

Non un giorno, anzi, nemmeno un’ora passava senza che ci pensassi.

Non un giorno, anzi, nemmeno un’ora passa senza che ci pensi.

Va bene, mi dico. È normale.

Ma quanto influisce questo sulle mie relazioni?

Mi rabbuio velocemente, a volte senza rendermene conto. Mi estraneo.

Il mio bisogno di stare sola, anche per pochi minuti, non bussa educato alla porta, la scardina con un calcio ed entra.

Il mio nervosismo non si quieta perché la situazione è inopportuna, si sfoga senza chiedere permesso.

Quando voglio piangere, non c’è diga che tenga.

Non sapevo di essere così ampia. Il cancro ingombra tantissimo, ed ingombrando svela gli spazi.

Non c’è un angolo che sia vuoto, in questa casa che sono io stessa.

Ci sono ripostigli in ordine e stanze con roba accatastata, camere talmente pulite da essere sterili e corridoi che manco le fogne.

Non c’è un angolo che sia vuoto.

Sono affollata.

Saprai starmi accanto?

Saprai starmi accanto?

SESSO e Vergogna

Cinque lettere per attirare immediata attenzione.

Perché il sesso è un piacere della vita, giusto?

Sì.

O no?

Dipende.

Dipende??

Sì, dipende.

Da cosa??

Dagli occhi di chi guarda. Dagli occhi di chi TI guarda.

Come reagite al pensiero di una persona malata di cancro che fa sesso? Che reazione vi scatena l’immagine di un corpo maltrattato dalle cure che decide di lasciarsi andare al piacere?

Considerato che la risposta rimarrà tra le pareti dei vostri pensieri, provate ad essere onesti.

E poi, se quella risposta vi riempie di amaro la bocca, provate a chiedervi perché.

Faccio una premessa: credevo di strutturare questo articolo con un ordine preciso. Di snocciolare questo tema in modo impersonale, per permettere a chiunque di incontrarci dentro la propria storia.

Poi, mentre sceglievo le parole da usare, mi sono accorta che avevo bisogno di scriverlo per me stessa. E così sarà, spero di non far sentire nessunæ esclusæ e mi auguro che tu possa comunque sentirti parte di uno spazio che include ogni tipo di emozione, che sia simile o lontanissima da ciò che leggerai.

Cosa sento io?

Io sento una sorta di vergogna e non è un sentimento generato direttamente da me stessa. È un riflesso.

Di quello che credo di vedere negli occhi degli altri: “come ti permetti di aprirti in modo così sfacciato alla vita? Prima di vivere, prima di essere considerata di nuovo donna, devi guarire”.

Il guaio è che spesso non è ciò che credo di vedere ma ciò che c’è.

Non sono più una donna. Sono una malata.

E questa definizione si allontana talmente dal mio sentire, che non è semplice tenere la mia rotta senza subire condizionamenti. Il terreno è fertile per il giudizio altrui, la fragilità e le insicurezze.

Ci sono diversi aspetti di questo tema su cui credo valga la pena di riflettere ma due in particolare me li sento attaccati addosso, zavorre ai piedi, bastoni tra le ruote.

Il primo è il legame imprescindibile che c’è tra l’attrattiva che una donna ha il dovere di accendere negli occhi altrui e una condizione di perfezione esteriore: se manca quella, la cosa migliore è nascondersi nell’ombra in attesa di risorgere dalla merda in cui ci si può trovare per miliardi di motivi che spesso sono molto lontani dal non essere costanti con skincare, dieta dei limoni, crossfit, pilates e arrampicate acrobatiche sulle rocce del k2.

Il secondo riguarda il peso dell’aspettativa che anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, ho seminato dentro me stessa, curandola talmente bene da farne una sequoia robusta.

“Tra le cose che mi rendono una donna completa c’è la voglia e la possibilità di fare sesso potenzialmente sempre, forever & ever”.

Questa idea, questa convinzione si scontra coi limiti della condizione fisica e psicologica che si vive in quanto malatæ.

Dolori, problemi muscolari, ossei, mucositi, bruciori devastanti, infezioni, sbalzi ormonali, pensieri sulla morte, preoccupazioni sulla vita, paura di affezionarsi alla felicità, il disagio davanti a uno specchio che rimanda un’immagine che non si riconosce del proprio corpo, proseguirei ma credo basti.

La malattia non definisce in nessun modo la persona che ne soffre ma, inutile fingere non sia così, la condiziona nei gesti, nella quotidianità, nell’approccio agli altri.

Sono ancora una donna, ho ancora tutte le mie pulsioni, i miei desideri sono qui, la malattia mi ha cambiata, non mi ha annullata.

E so che il disagio che provo arriva da due direzioni opposte, che spingono una contro l’altra con uguale intensità: da fuori a dentro e da dentro a fuori. A risentirne sono i miei confini.

La domanda che si affaccia prepotente è: che diritto hanno gli altri di mettere in pericolo i miei confini?

E soprattutto: io, perché lo permetto?

Non me la sono guadagnata la libertà di essere me stessa, svincolata da aspettative sproporzionate?

Desidero e ho il diritto di essere considerata una donna, non cogliere giudizi negli sguardi, non notare alcuna forma di pena, non veder anteporre il nome del mio cancro al mio nome.

Desidero e ho il diritto di parlare di sesso, di desiderio, di disagio nel vivere i cambiamenti del mio corpo, senza subire quella che è a tutti gli effetti una forma di discriminazione, subdola perché silenziosa e travestita da pseudo empatia.

“Non ho niente contro i gay ma certe cose meglio le facciano a casa loro” e subito sotto “Quanto ammiro il tuo coraggio oncoematologico col mantello di flebo e il costume di garze sterili… Però potresti non fare troppo rumore mentre mi ricordi che esisti? Mi distrai dalla rassicurante prevedibilità della mia esistenza”.

come reagite al pensiero di una persona malata di cancro che fa sesso?

La positività tossica

Ovvero quella convinzione nociva secondo la quale bisognerebbe affrontare tutto col sorriso. C’è una parte nel mio libro in cui parlo della top4 delle cose DA NON DIRE aæ malatæ di cancro. Su tutte troneggia la frase “affrontalo con positività”.

Mi sono sentita dire queste parole moltissime volte e ho sempre pensato nascondessero una convinzione pericolosa: quella secondo la quale il sorriso sia sempre la reazione giusta, quella a cui puntare per essere considerate persone migliori.

Quando ancora ero agli inizi della mia esperienza con la malattia, la prima risposta che mi veniva da dare era una semplice sprangata sui denti. Poi mi hanno diminuito il dosaggio di cortisone e ho ripreso il controllo di me stessa, dunque ho ragionato e ho capito che

1. siamo circondatæ da positività tossica, circondatæ da fintæ guru del successo personale, quellæ che fanno venire l’acquolina in bocca a suon di “trasforma quel problema in un’opportunità” o “ehi tu, tutto ciò che accade può insegnarti qualcosa, alzati e cammina” ecc. Il mondo è un terreno minato da questo punto di vista.

2. il dolore altrui fa paura perché sappiamo che può colpire anche noi o chi amiamo, senza preavviso alcuno. Sostenere la cultura del sorriso sempre e comunque, dissociandosi dalla verità di ciò che si prova, dà l’illusoria sensazione di immunità: se saprò accogliere la vita, le persone, gli accadimenti avversi, le pedate a piedi scalzi sugli aguzzi angoli dei mobili, il sistema tributario italiano, Enrico Papi e il suo ennesimo programma di merda con positività, mi posso salvare.

Mi sono fatta un’idea su questi due punti. Per quanto riguarda il primo, già solo per il fatto che nelle frasi usate più spesso in quest’ambito i verbi siano all’imperativo, mi si scatena l’orticaria emorragica: non mi stai dicendo di guardarmi dentro e accogliere le mie emozioni, mi stai imponendo una reazione standard a prescindere. Perché è giusto, perché è il modo più dignitoso di provare sentimenti negativi, perché il dolore sarebbe meglio non avesse testimoni. Solo a me sembra che tutto questo significhi negarsi il diritto di provare qualsiasi cosa, senza sensi di colpa?

Per quanto riguarda il secondo punto, quand’è che l’essere umano capirà che non esistono punizioni legali o divine per le emozioni laceranti, velenose, potenzialmente letali? Me lo chiedo spesso, specchiandomi nel mio senso di inadeguatezza. Non riesco a comprendere con quali criteri una emozione giusta si distingua da una sbagliata. Nonostante una malattia come il cancro non conceda sconti nel proprio universo emotivo e quindi, detta in parole povere, essere incazzati come bestie o camminare sul filo sottilissimo della depressione sia del tutto comprensibile, io mi sono colpevolizzata più volte per i miei scatti d’ira, per il fatto di non riuscire nemmeno ad alzarmi dal letto causa paura e dolore (e non parlo di quello fisico) e per non essere in grado di… “Reagire”, altro verbo sì caro aæ sovranæ della gioia di vivere, coniugato sempre all’imperativo: “che aspetti?? Reagisci!”.

Domanda: piangere non è anch’essa una reazione? Disperarsi? Arrabbiarsi, urlare, lanciare cose al muro, alzare il dito medio: non sono modi di reagire?

<< Primo posto e medaglia d’oro: “Devi affrontare tutto con positività”.

Ah, sì? Devo? Lo sfatiamo il mito che vivere in stile zen sia sempre la cosa migliore?

Io ho capito una cosa dal mio tumore: reprimere è sbagliato. Rifiutare la rabbia è sbagliato. Mantenere sempre la calma è sbagliato. Cercare di tenere tutto sotto controllo è sbagliato. E in tutto questo sbagliare c’è anche: ridere quando si vorrebbe urlare, acconsentire quando ci si vorrebbe opporre, (…) negarsi i momenti di sconforto (…). Io ero abituata a fare tutto questo, ero convinta che imitare Pollyanna che gioca coi cristalli dopo che la sua famiglia è stata sterminata fosse un atteggiamento che mi potesse rendere degna d’amore. Lo stile zen non è sempre la cosa migliore, così come non è sempre la cosa peggiore. La cosa peggiore (sempre) è pensare di dover rispecchiare quello che ci hanno fatto credere sia il giusto modo di vivere.

La malattia, di qualsiasi malattia si tratti, nasce dal rifiuto di se stessi, dalla negazione di quello che si prova, dall’indossare panni che non sono i nostri, che ci stanno stretti, che ci soffocano. La malattia nasce dalla resistenza ai cambiamenti ai quali siamo destinati, cambiamenti che inevitabilmente fanno paura. Quella paura va affrontata e digerita, nel modo che appartiene a noi. Solo a noi.

La vita sta nei cambiamenti. La malattia è stasi, rassegnazione, rifiuto, repressione.

(…) “Devi affrontare tutto con positività.” Cosa? Il mio tumore? La paura di morire? E perché con positività?

Accantono per un attimo quello che “dovrei” fare e penso a quello che voglio: voglio essere me stessa, voglio ripartire da zero e concedermi tutto quello che di negativo possa provare.>> (passaggio tratto “Il vizio dell’infelicità”)

N.B. se rientri tra le persone che mi hanno detto le frasi sopracitate: lo so che avevi buone intenzioni!

N.ancorameglio: se ti senti vittimæ della positività tossica, se ti rendi conto di non riuscire più ad entrare in contatto con le tue emozioni negative e questo ti sta allontanando da te stessæ: la psicoterapia può aiutarti moltissimo.