SESSO e Vergogna

Cinque lettere per attirare immediata attenzione.

Perché il sesso è un piacere della vita, giusto?

Sì.

O no?

Dipende.

Dipende??

Sì, dipende.

Da cosa??

Dagli occhi di chi guarda. Dagli occhi di chi TI guarda.

Come reagite al pensiero di una persona malata di cancro che fa sesso? Che reazione vi scatena l’immagine di un corpo maltrattato dalle cure che decide di lasciarsi andare al piacere?

Considerato che la risposta rimarrà tra le pareti dei vostri pensieri, provate ad essere onesti.

E poi, se quella risposta vi riempie di amaro la bocca, provate a chiedervi perché.

Faccio una premessa: credevo di strutturare questo articolo con un ordine preciso. Di snocciolare questo tema in modo impersonale, per permettere a chiunque di incontrarci dentro la propria storia.

Poi, mentre sceglievo le parole da usare, mi sono accorta che avevo bisogno di scriverlo per me stessa. E così sarà, spero di non far sentire nessunæ esclusæ e mi auguro che tu possa comunque sentirti parte di uno spazio che include ogni tipo di emozione, che sia simile o lontanissima da ciò che leggerai.

Cosa sento io?

Io sento una sorta di vergogna e non è un sentimento generato direttamente da me stessa. È un riflesso.

Di quello che credo di vedere negli occhi degli altri: “come ti permetti di aprirti in modo così sfacciato alla vita? Prima di vivere, prima di essere considerata di nuovo donna, devi guarire”.

Il guaio è che spesso non è ciò che credo di vedere ma ciò che c’è.

Non sono più una donna. Sono una malata.

E questa definizione si allontana talmente dal mio sentire, che non è semplice tenere la mia rotta senza subire condizionamenti. Il terreno è fertile per il giudizio altrui, la fragilità e le insicurezze.

Ci sono diversi aspetti di questo tema su cui credo valga la pena di riflettere ma due in particolare me li sento attaccati addosso, zavorre ai piedi, bastoni tra le ruote.

Il primo è il legame imprescindibile che c’è tra l’attrattiva che una donna ha il dovere di accendere negli occhi altrui e una condizione di perfezione esteriore: se manca quella, la cosa migliore è nascondersi nell’ombra in attesa di risorgere dalla merda in cui ci si può trovare per miliardi di motivi che spesso sono molto lontani dal non essere costanti con skincare, dieta dei limoni, crossfit, pilates e arrampicate acrobatiche sulle rocce del k2.

Il secondo riguarda il peso dell’aspettativa che anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, ho seminato dentro me stessa, curandola talmente bene da farne una sequoia robusta.

“Tra le cose che mi rendono una donna completa c’è la voglia e la possibilità di fare sesso potenzialmente sempre, forever & ever”.

Questa idea, questa convinzione si scontra coi limiti della condizione fisica e psicologica che si vive in quanto malatæ.

Dolori, problemi muscolari, ossei, mucositi, bruciori devastanti, infezioni, sbalzi ormonali, pensieri sulla morte, preoccupazioni sulla vita, paura di affezionarsi alla felicità, il disagio davanti a uno specchio che rimanda un’immagine che non si riconosce del proprio corpo, proseguirei ma credo basti.

La malattia non definisce in nessun modo la persona che ne soffre ma, inutile fingere non sia così, la condiziona nei gesti, nella quotidianità, nell’approccio agli altri.

Sono ancora una donna, ho ancora tutte le mie pulsioni, i miei desideri sono qui, la malattia mi ha cambiata, non mi ha annullata.

E so che il disagio che provo arriva da due direzioni opposte, che spingono una contro l’altra con uguale intensità: da fuori a dentro e da dentro a fuori. A risentirne sono i miei confini.

La domanda che si affaccia prepotente è: che diritto hanno gli altri di mettere in pericolo i miei confini?

E soprattutto: io, perché lo permetto?

Non me la sono guadagnata la libertà di essere me stessa, svincolata da aspettative sproporzionate?

Desidero e ho il diritto di essere considerata una donna, non cogliere giudizi negli sguardi, non notare alcuna forma di pena, non veder anteporre il nome del mio cancro al mio nome.

Desidero e ho il diritto di parlare di sesso, di desiderio, di disagio nel vivere i cambiamenti del mio corpo, senza subire quella che è a tutti gli effetti una forma di discriminazione, subdola perché silenziosa e travestita da pseudo empatia.

“Non ho niente contro i gay ma certe cose meglio le facciano a casa loro” e subito sotto “Quanto ammiro il tuo coraggio oncoematologico col mantello di flebo e il costume di garze sterili… Però potresti non fare troppo rumore mentre mi ricordi che esisti? Mi distrai dalla rassicurante prevedibilità della mia esistenza”.

come reagite al pensiero di una persona malata di cancro che fa sesso?

Le mie cicatrici

Me la guardano tutti, con insistenza.
Me ne sono accorta e quando non me ne sono accorta me l’hanno fatto notare.

La storia della mia cicatrice:
Per diagnosticare la mia malattia c’è voluto oltre un anno.
Uno degli interventi indispensabili per diagnosticare un tumore è la biopsia. Se si tratta di un linfoma si tratta più di un agoaspirato. Se si tratta di un linfoma con bulky mediastinico grande come una palla da baseball, si può tornare a parlare di biopsia.

A me l’hanno fatta sia cosciente, tac guidata: sdraiata sul lettino e sudata fradicia per la paura, con un sondino mi sono entrati nel torace.
Poi anche in anestesia totale e durante l’intervento c’è stata qualche complicazione quindi il taglio che solitamente è più piccolo, l’hanno dovuto allargare.

Poi nella fase di guarigione non si è chiusa bene (mi hanno cucita anche un po’ alla cazzo di cane, a dirla tutta).

Quella linea verticale di pelle più scura e liscissima e tanto delicata, arriva da qui. È questa la sua storia.
La possono guardare tutti.

Potete leggerla tutti.

Di cicatrice poi ne ho anche una più piccola, sopra il seno destro.
A completare la tela: le macchie
Mi pare si chiamino tipo macchie di leopardo. O macchie ad artiglio di tigre.
Insomma, c’è di mezzo un felino.
Praticamente: se, nel periodo di chemio, ti prude la pelle per reazione ai farmaci (e ti prude, ti prude eccome) e per distrazione non ricordi che i medici ti hanno detto di non grattarti mai, ti gratti e dopo qualche minuto appaiono righe rosse in corrispondenza di dove ti sei grattata. Che poi diventano marroni.
No, non vanno via dopo pochi giorni.
Se va bene le tieni anni.
Se no le tieni e basta.

Mi hanno detto che è bello che mostri le mie cicatrici con naturalezza, perché a guardarle un po’ fanno impressione.
Che poi non è che le mostri con così tanta naturalezza, a me la mia pelle liscia piaceva. Però in questi segni c’è la mia storia. Non mostro loro, mostro me.

Potete leggerla tutti