Saprai starmi accanto?

Era l’ingombranza del cancro a farmi pensare che probabilmente sarei rimasta sola. Lo spazio che il tumore occupava nei miei pensieri. Il ruolo che aveva nel condizionare il mio umore.

Non un giorno, anzi, nemmeno un’ora passava senza che ci pensassi.

Non un giorno, anzi, nemmeno un’ora passa senza che ci pensi.

Va bene, mi dico. È normale.

Ma quanto influisce questo sulle mie relazioni?

Mi rabbuio velocemente, a volte senza rendermene conto. Mi estraneo.

Il mio bisogno di stare sola, anche per pochi minuti, non bussa educato alla porta, la scardina con un calcio ed entra.

Il mio nervosismo non si quieta perché la situazione è inopportuna, si sfoga senza chiedere permesso.

Quando voglio piangere, non c’è diga che tenga.

Non sapevo di essere così ampia. Il cancro ingombra tantissimo, ed ingombrando svela gli spazi.

Non c’è un angolo che sia vuoto, in questa casa che sono io stessa.

Ci sono ripostigli in ordine e stanze con roba accatastata, camere talmente pulite da essere sterili e corridoi che manco le fogne.

Non c’è un angolo che sia vuoto.

Sono affollata.

Saprai starmi accanto?

Saprai starmi accanto?

Papà e Mamma

Mio papà non è stato molto contento dopo aver letto il mio libro la prima volta, diceva che l’immagine che davo di lui non era per niente bella.

Mentre scrivevo “Il vizio dell’infelicità” ero particolarmente concentrata su me stessa.

I chemioterapici che mi scorrevano nel sangue sembravano essere l’unico veleno che il mio corpo accettava, tutte le altre cose tossiche che mi si erano radicate dentro dovevano sloggiare.

Come se facessero anche loro parte di quei pezzi di me fatti di cellule impazzite: il mio corpo sapeva che era la giusta occasione per guarire non solo dal cancro.

Recriminazioni, rimpianti, vuoti cosmici legati al mio passato erano stati sfrattati dal mio petto e si trovavano a girare senza meta cercando una nuova casa dentro di me.

Dovevo dargli una via d’uscita e volevo farlo in fretta.

Per questo la sua figura è stata liquidata in modo così superficiale e con quel sarcasmo un po’ stronzo. Chi ha letto il libro sa anche che non ho particolarmente approfondito nemmeno mia madre (pranzo di Natale a parte): non ho descritto il loro dolore e il loro smarrimento, non ho messo nero su bianco i loro sguardi, non ho parlato di tutto quello che in quei mesi gli ho fatto passare, vomitando loro addosso tutta la mia rabbia repressa, urlandogli contro le peggiori accuse che si possano rivolgere a qualcuno, rinfacciandogli ogni cosa dei trentacinque anni precedenti alla malattia.

Era di me che avevo bisogno di parlare e attraverso quelle parole volevo redimermi, elencarmi le ragioni per cui potevo finalmente dire di essere orgogliosa di me.

Ci sarà spazio e ci sarà modo di rendere giustizia a questa mia famiglia, a questo papà che si addormentava sulla sedia mentre facevo la chemio, che mi ha aspettata davanti all’ascensore quando sono risalita dalla terapia intensiva, che dopo un’ora di strada per raggiungere l’ospedale, si bardava con due tute, due mascherine, guanti e copri scarpe durante la seconda ondata di coronavirus per stare con me la mezz’ora che gli concedevano.

A questa mamma, che quando ero piccolissima e mi era venuta l’otite, non riusciva a sopportare di sentirmi piangere e vedere star male senza disperarsi e che mi chiedo quindi come abbia fatto ad affrontare tutto questo.

Ci sarà spazio, ora che di spazio ne è rimasto solo per il buono.

Papà e mamma.

Voglio vivere al massimo

Signore e signori… La storia di Gabri:

“Ciao, mi chiamo Gabriele, vivo in un paese in provincia di Lecco e ho 24 anni. Sono sempre stato un ragazzo tranquillo, simpatico (a detta degli altri), mooolto sportivo; a scuola invece non mi impegnavo moltissimo ma con un po’ di fatica sono riuscito ad avere il diploma di liceo scientifico che mi meritavo.

La storia della mia malattia è iniziata a marzo del 2020 ma vorrei raccontarvi anche ciò che mi era successo poco prima… Alla fine del 2018 ho vissuto un momento di profonda depressione: durante l’estate la mia ragazza di allora ha deciso di chiudere la nostra relazione che durava da oltre due anni.

“Beh dai, capita a tutti, eravate così giovani” penserete, ma per me era una storia importante, che andava ben oltre la leggerezza di una relazione adolescenziale. Inoltre stavo anche iniziando un lavoro che era lontano anni luce da quello che avevo studiato, non mi faceva sentire a mio agio… Avevo paura di non esserne all’altezza.

È stato un periodo molto difficile per me, il mio umore è crollato, mi sono sentito sprofondare nella solitudine, proiettato dalla tranquillità della mia cameretta ad un luogo pieno di responsabilità e di “pericoli”.

Cercavo di far vedere quanto fossi forte e bravo a fare tutto quello che facevo ma dentro stavo uno schifo. Ero arrivato al punto di pensare che niente avesse senso.

Per pensare il meno possibile mi sono riempito di impegni: uscivo di casa alle 7 di mattina e rientravo alle 22. Quasi tutti i giorni. Quei brutti pensieri però non mi mollavano.

Il tempo è passato, il 2019 ho cercato di vivermelo al meglio e in qualche modo ci sono riuscito.

Arriviamo al 2020.

Mi ammalo e ho tutti i sintomi del covid. Due settimane di inferno, febbre che passa da 38 a 40 in pochi minuti, pastiglie, antibiotici e punture per cercare di alleviare i sintomi. E infatti sembrano passare ma dopo qualche giorno iniziano a gonfiarsi tonsille e gengive.

2 aprile 2020: vado al pronto soccorso per un prelievo.

Arriva il responso: leucemia mieloide acuta.

Primo pensiero: tra poco non ci sarò più. È finita.

La mia mente e il mio corpo prendono seriamente in considerazione questo pensiero spaventoso.

E invece no, mi sbaglio, NON È FINITA.

Mi ricoverano immediatamente nel reparto di Ematologia al San Gerardo di Monza, inizio subito il primo ciclo di chemio. Nel frattempo mia sorella e mio fratello vengono chiamati a tipizzarsi e, fortunatamente, mio fratello risulta compatibile al 100% per un trapianto di midollo osseo.

Il 7 maggio torno a casa, dieci chili in meno, senza capelli, un po’ provato, e dopo una decina di giorni sono di nuovo dentro per il trapianto: altro ciclo di chemio bella potente per eliminare completamente il mio midollo malato e per fare spazio a quello nuovo.

27 maggio 2020: inizia una nuova vita. La mia.

È passato quasi un anno da quella data, fortunatamente sta andando tutto bene e per ora la malattia non si è più ripresentata. Se mi guardo indietro la prima cosa che mi viene in mente è la fatica che ho fatto (e sto facendo). Penso anche che forse, in qualche modo, il mio corpo abbia sentito quei pensieri negativi che avevano caratterizzato gli anni precedenti e che sia possibile che si siano accumulati a lungo fino a trasformarsi in malattia.

Ovviamente non sto dando la colpa a quei pensieri o alle motivazioni di quei pensieri per quello che mi è successo, scientificamente parlando non ci sono corrispondenze e non sapremo mai cosa abbia pensato quel piccolo infame di un gene che ha deciso di mettersi nel posto sbagliato nella mia catena di DNA.

Però sono certo di una cosa: i “momenti no” in cui piangere e arrabbiarsi col mondo servono a tutti per dare sfogo alle emozioni che non riusciamo a sfogare in nessun altro modo ma così come iniziano, devono finire.

La fine arriva nel momento in cui capiamo veramente cosa vogliamo ottenere da quei momenti no, tiriamo su le maniche e ci diamo da fare per arrivare a quell’obiettivo.

E questo è quello che sto facendo ora nella mia vita.

Voglio vivere.

Ci sto mettendo e ci metterò sempre tutto me stesso per arrivare a vivere al massimo.”

C’è sempre un motivo per andare avanti

Chiara e il suo sorriso aperto sugli occhi. La sua bellezza, la sua luce e la sua forza.

Questa è la sua storia:

<< Ci sono delle cose di una malattia che nessuno ti insegna, come che non esiste solo la febbre o il raffreddore, che i dolori non sono sempre mal di stomaco o mal di testa, che il corpo ha mille porte nascoste e che… la felicità sta nelle piccole cose.


A un anno di distanza dalla fine delle mie terapie, guardo il mio Linfoma di Hodgkin come un bambino accovacciato a terra. Lui arriva, fa tante monellerie, ti fa impazzire e non ti lascia un attimo di respiro. Ti fa male perché imbranato e ti sputa la verità in faccia senza se e senza ma. Però ha tanto da insegnarti, ha bisogno di cure e attenzioni per “distendersi” e volare via. Ti fa riflettere sul senso della vita, della magia delle piccole cose, e ti insegna che le difficoltà – anche le più brutte – si possono affrontare con il sorriso.

Ci sono momenti della mia giornata in cui mi fermo e non riesco a credere a tutto quello che ho passato: a come mi sentivo male, come urlavo di dolore senza saperlo, a come ho affrontato tutti i controlli girovagando per Milano da sola, portando in mano dei fogli che già dicevano che avevo un tumore e non lo sapevo. Avevo tanto bisogno degli abbracci di mia mamma, di qualcuno che mi capisse e mi chiedesse “come stai”, fermandosi ad ascoltare la risposta.

Volevo frantumarmi in mille pezzi, lasciarmi andare al mio destino perché non avevo forze, alle paure che non mi facevano dormire la notte e alla mancanza di controllo della mia vita e del mio corpo.
Io sono Chiara e all’età di 27 anni mi è stato diagnosticato il Linfoma. Questa come tante altre vorrebbe essere la notizia che non ti arriva mai, che ti sconvolge e dà un ceffone alla tua vita senza neanche guardarla negli occhi.
C’è sempre qualcosa per cui nutriamo rabbia o di cui vorremmo non parlare. Ma la malattia mi ha lasciato anche qualcosa di profondo che mi porta oggi a comprendere, a perdonare e a dire “grazie”: abbiamo sempre a portata di mano il tesoro più grande.

Abbiamo l’amore, l’emozione, l’empatia e l’anima. Un tesoro che ogni giorno continua a darmi la forza di lottare. >>

La storia di Chiara

imparodame, il profilo Instagram di Chiara

La positività tossica

Ovvero quella convinzione nociva secondo la quale bisognerebbe affrontare tutto col sorriso. C’è una parte nel mio libro in cui parlo della top4 delle cose DA NON DIRE aæ malatæ di cancro. Su tutte troneggia la frase “affrontalo con positività”.

Mi sono sentita dire queste parole moltissime volte e ho sempre pensato nascondessero una convinzione pericolosa: quella secondo la quale il sorriso sia sempre la reazione giusta, quella a cui puntare per essere considerate persone migliori.

Quando ancora ero agli inizi della mia esperienza con la malattia, la prima risposta che mi veniva da dare era una semplice sprangata sui denti. Poi mi hanno diminuito il dosaggio di cortisone e ho ripreso il controllo di me stessa, dunque ho ragionato e ho capito che

1. siamo circondatæ da positività tossica, circondatæ da fintæ guru del successo personale, quellæ che fanno venire l’acquolina in bocca a suon di “trasforma quel problema in un’opportunità” o “ehi tu, tutto ciò che accade può insegnarti qualcosa, alzati e cammina” ecc. Il mondo è un terreno minato da questo punto di vista.

2. il dolore altrui fa paura perché sappiamo che può colpire anche noi o chi amiamo, senza preavviso alcuno. Sostenere la cultura del sorriso sempre e comunque, dissociandosi dalla verità di ciò che si prova, dà l’illusoria sensazione di immunità: se saprò accogliere la vita, le persone, gli accadimenti avversi, le pedate a piedi scalzi sugli aguzzi angoli dei mobili, il sistema tributario italiano, Enrico Papi e il suo ennesimo programma di merda con positività, mi posso salvare.

Mi sono fatta un’idea su questi due punti. Per quanto riguarda il primo, già solo per il fatto che nelle frasi usate più spesso in quest’ambito i verbi siano all’imperativo, mi si scatena l’orticaria emorragica: non mi stai dicendo di guardarmi dentro e accogliere le mie emozioni, mi stai imponendo una reazione standard a prescindere. Perché è giusto, perché è il modo più dignitoso di provare sentimenti negativi, perché il dolore sarebbe meglio non avesse testimoni. Solo a me sembra che tutto questo significhi negarsi il diritto di provare qualsiasi cosa, senza sensi di colpa?

Per quanto riguarda il secondo punto, quand’è che l’essere umano capirà che non esistono punizioni legali o divine per le emozioni laceranti, velenose, potenzialmente letali? Me lo chiedo spesso, specchiandomi nel mio senso di inadeguatezza. Non riesco a comprendere con quali criteri una emozione giusta si distingua da una sbagliata. Nonostante una malattia come il cancro non conceda sconti nel proprio universo emotivo e quindi, detta in parole povere, essere incazzati come bestie o camminare sul filo sottilissimo della depressione sia del tutto comprensibile, io mi sono colpevolizzata più volte per i miei scatti d’ira, per il fatto di non riuscire nemmeno ad alzarmi dal letto causa paura e dolore (e non parlo di quello fisico) e per non essere in grado di… “Reagire”, altro verbo sì caro aæ sovranæ della gioia di vivere, coniugato sempre all’imperativo: “che aspetti?? Reagisci!”.

Domanda: piangere non è anch’essa una reazione? Disperarsi? Arrabbiarsi, urlare, lanciare cose al muro, alzare il dito medio: non sono modi di reagire?

<< Primo posto e medaglia d’oro: “Devi affrontare tutto con positività”.

Ah, sì? Devo? Lo sfatiamo il mito che vivere in stile zen sia sempre la cosa migliore?

Io ho capito una cosa dal mio tumore: reprimere è sbagliato. Rifiutare la rabbia è sbagliato. Mantenere sempre la calma è sbagliato. Cercare di tenere tutto sotto controllo è sbagliato. E in tutto questo sbagliare c’è anche: ridere quando si vorrebbe urlare, acconsentire quando ci si vorrebbe opporre, (…) negarsi i momenti di sconforto (…). Io ero abituata a fare tutto questo, ero convinta che imitare Pollyanna che gioca coi cristalli dopo che la sua famiglia è stata sterminata fosse un atteggiamento che mi potesse rendere degna d’amore. Lo stile zen non è sempre la cosa migliore, così come non è sempre la cosa peggiore. La cosa peggiore (sempre) è pensare di dover rispecchiare quello che ci hanno fatto credere sia il giusto modo di vivere.

La malattia, di qualsiasi malattia si tratti, nasce dal rifiuto di se stessi, dalla negazione di quello che si prova, dall’indossare panni che non sono i nostri, che ci stanno stretti, che ci soffocano. La malattia nasce dalla resistenza ai cambiamenti ai quali siamo destinati, cambiamenti che inevitabilmente fanno paura. Quella paura va affrontata e digerita, nel modo che appartiene a noi. Solo a noi.

La vita sta nei cambiamenti. La malattia è stasi, rassegnazione, rifiuto, repressione.

(…) “Devi affrontare tutto con positività.” Cosa? Il mio tumore? La paura di morire? E perché con positività?

Accantono per un attimo quello che “dovrei” fare e penso a quello che voglio: voglio essere me stessa, voglio ripartire da zero e concedermi tutto quello che di negativo possa provare.>> (passaggio tratto “Il vizio dell’infelicità”)

N.B. se rientri tra le persone che mi hanno detto le frasi sopracitate: lo so che avevi buone intenzioni!

N.ancorameglio: se ti senti vittimæ della positività tossica, se ti rendi conto di non riuscire più ad entrare in contatto con le tue emozioni negative e questo ti sta allontanando da te stessæ: la psicoterapia può aiutarti moltissimo.

il mio giorno zero

6 ottobre 2020: due anni di arrampicate fin quasi alla vetta, con mani ferite e muscoli esausti e poi, sempre, piccoli smottamenti di terreno e scivolavo giù, lontano dalla vetta, di nuovo al punto di partenza.
Due anni così, che portano dolore fisico ed esaurimento psicologico e, di rimbalzo, anche il cambiamento vero, quello che ti strappa senza troppi preliminari a ciò che eri e ti lancia irrimediabilmente in ciò che sei.
In un luogo dove tutto è presente e nient’altro esiste.
In quel luogo ho conosciuto l’amore della mia vita, la sua famiglia splendida, ho conosciuto il valore di persone che, davanti alla mia testa pelata e alla mia pelle grigia, non si sono girate nemmeno un istante dall’altra parte (come non escludo che avrei fatto io) e hanno guardato in faccia tutti i miei mostri, con me, per me.
Ho rivalutato il valore della mia famiglia, di mio padre che si addormentava su una sedia mentre io facevo terapia, di mia mamma che quando piango mi fa vedere le cose belle e mi tira su il morale, delle mie zie e dei miei zii, delle mie due splendide, splendide cugine (ne ho molti di più di cugini ma ahimè fisicamente sono lontani e comunque nemmeno loro hanno mai fatto mancare una parola d’amore quando ne avevo bisogno). Ho riconsiderato amicizie che, sempre per amor mio, hanno preso le distanze con discrezione, pur non mancando mai.
Infine: io. Io, così forte, così bella. Io.

Sei Ottobre Duemilaventi – il mio giornozero