Ode al mio corpo

Pugnalato dalla malattia
nemico di sé stesso
Logorato dall’angoscia
Perforato dagli aghi
Avvelenato da farmaci, radiazioni e paura
Scosso dai brividi
Stordito dalla morfina
Svuotato della fertilità
Privato di sogni
Dimagrito, ingrassato, dimagrito di nuovo, gonfiato dal cortisone, ingrassato ancora
Affamato
Inappetente
Nauseato
Bisognoso
Regredito all’infanzia
Attraversato dai tubi
Invecchiato di vent’anni in due mesi
Incapace di reggersi in piedi
Capace di imparare di nuovo a camminare
Svenuto sul pavimento della camera da letto
Incosciente in terapia intensiva
Appassito e rifiorito
Come cento primavere
Stanco
Milioni di volte finito
E sempre una volta in più ricominciato
Ingrigito
Ingiallito
Imprigionato
Evaso
Così incredibilmente coraggioso
Così incredibilmente forte
Così incredibilmente vivo.
Onore a te,
Mio corpo bellissimo,
Scrigno
Di tante notti
E altrettanti giorni,
Più uno

Balliamoci, su questo filo.

“sappiamo cosa c’è dall’altra parte della vittoria ma la verità è che non siamo pronti mai”

Queste sono parole della mia amica Giorgia, che sa cosa c’è dall’altra parte della vittoria perché in quell’arena, insieme ai leoni, c’è finita pure lei.
E sono parole ispirate da una perdita che brucia il sangue, brucia la carne, annoda il fegato.
È morta (sì, MORTA è la parola adatta. “Venuta a mancare”, “si è spenta” e altri modi di dire, fanno sconti su qualcosa che nessuno comprerebbe mai a prescindere) Martina.
Martina mesi fa si era fatta conoscere per un video in cui denunciava la poca tutela dei pazienti oncologici durante la pandemia (controlli, visite, terapie rimandate a causa dei sovraffollamenti e dei rischi di contagio). Quel video è stato visto da milioni di persone.
È morta ieri.
E allora penso: potevo essere io.
Potrebbe (ancora) succedere a me.
Leggo le sue parole, ascolto la sua voce, tutto fermo sui suoi social, e mi ci vedo dentro, mi ci sento dentro, e tremo.
So che può succedere anche a me.

Alla metafora della guerra ho sempre preferito altro per parlare del cancro. Non conosco alcuna storia che parli di chi combatte contro una parte di sé, che finisca bene.
Allora Ve ne offro un’altra, di immagine.
Pensate di sentirvi su un filo, teso a centinaia di metri di altezza, tra due grattacieli, come Philippe Petit tra le torri gemelle.
Di trovarvi in equilibrio su quel sottilissimo confine tra vita e morte.
Non si può tornare indietro. O si arriva all’altro capo del filo o si cade. E non dipende del tutto dalla propria abilità, non dipende dall’equilibrio né dall’esperienza. A volte si cade, a volte no.

Ogni persona che ha vissuto una storia simile o uguale alla mia che poi muore, è una forte raffica di vento che mi sposta con violenza mentre cerco di arrivare all’altro capo del filo, teso tra i due grattacieli, senza cadere.
Ogni persona di cui ho conosciuto il percorso, che muore di cancro, per me è la tentazione di guardare in basso a cui non ho resistito.
Eppure lo sappiamo tutti che non si guarda giù.
Ma Martina è morta e io non resisto.
Guardo.
E le vertigini mi piegano le gambe.

Quante frasi avresti ancora da dire, quante colazioni avresti da mangiare, ombrelli da aprire, orme da lasciare nella sabbia, estati da sudare, noia da provare, persone da dimenticare, merda da ingoiare, lavori di cui lamentarti, mani di cui innamorarti.

Potrei essere io, Martina.
Quindi anche Martina potrebbe essere me.
Allora mentre tornavo a casa, in auto, con la radio accesa, è partita Stayin’ Alive dei Bee Gees e ho pensato a cosa avresti fatto, Martina, se avessi potuto essere me in quel momento.

Ho alzato a palla il volume, quasi da spaccare tutti i finestrini, e ho iniziato a cantare a squarciagola e a ballare come una pazza.

Marty 🧭