Voglio vivere al massimo

Signore e signori… La storia di Gabri:

“Ciao, mi chiamo Gabriele, vivo in un paese in provincia di Lecco e ho 24 anni. Sono sempre stato un ragazzo tranquillo, simpatico (a detta degli altri), mooolto sportivo; a scuola invece non mi impegnavo moltissimo ma con un po’ di fatica sono riuscito ad avere il diploma di liceo scientifico che mi meritavo.

La storia della mia malattia è iniziata a marzo del 2020 ma vorrei raccontarvi anche ciò che mi era successo poco prima… Alla fine del 2018 ho vissuto un momento di profonda depressione: durante l’estate la mia ragazza di allora ha deciso di chiudere la nostra relazione che durava da oltre due anni.

“Beh dai, capita a tutti, eravate così giovani” penserete, ma per me era una storia importante, che andava ben oltre la leggerezza di una relazione adolescenziale. Inoltre stavo anche iniziando un lavoro che era lontano anni luce da quello che avevo studiato, non mi faceva sentire a mio agio… Avevo paura di non esserne all’altezza.

È stato un periodo molto difficile per me, il mio umore è crollato, mi sono sentito sprofondare nella solitudine, proiettato dalla tranquillità della mia cameretta ad un luogo pieno di responsabilità e di “pericoli”.

Cercavo di far vedere quanto fossi forte e bravo a fare tutto quello che facevo ma dentro stavo uno schifo. Ero arrivato al punto di pensare che niente avesse senso.

Per pensare il meno possibile mi sono riempito di impegni: uscivo di casa alle 7 di mattina e rientravo alle 22. Quasi tutti i giorni. Quei brutti pensieri però non mi mollavano.

Il tempo è passato, il 2019 ho cercato di vivermelo al meglio e in qualche modo ci sono riuscito.

Arriviamo al 2020.

Mi ammalo e ho tutti i sintomi del covid. Due settimane di inferno, febbre che passa da 38 a 40 in pochi minuti, pastiglie, antibiotici e punture per cercare di alleviare i sintomi. E infatti sembrano passare ma dopo qualche giorno iniziano a gonfiarsi tonsille e gengive.

2 aprile 2020: vado al pronto soccorso per un prelievo.

Arriva il responso: leucemia mieloide acuta.

Primo pensiero: tra poco non ci sarò più. È finita.

La mia mente e il mio corpo prendono seriamente in considerazione questo pensiero spaventoso.

E invece no, mi sbaglio, NON È FINITA.

Mi ricoverano immediatamente nel reparto di Ematologia al San Gerardo di Monza, inizio subito il primo ciclo di chemio. Nel frattempo mia sorella e mio fratello vengono chiamati a tipizzarsi e, fortunatamente, mio fratello risulta compatibile al 100% per un trapianto di midollo osseo.

Il 7 maggio torno a casa, dieci chili in meno, senza capelli, un po’ provato, e dopo una decina di giorni sono di nuovo dentro per il trapianto: altro ciclo di chemio bella potente per eliminare completamente il mio midollo malato e per fare spazio a quello nuovo.

27 maggio 2020: inizia una nuova vita. La mia.

È passato quasi un anno da quella data, fortunatamente sta andando tutto bene e per ora la malattia non si è più ripresentata. Se mi guardo indietro la prima cosa che mi viene in mente è la fatica che ho fatto (e sto facendo). Penso anche che forse, in qualche modo, il mio corpo abbia sentito quei pensieri negativi che avevano caratterizzato gli anni precedenti e che sia possibile che si siano accumulati a lungo fino a trasformarsi in malattia.

Ovviamente non sto dando la colpa a quei pensieri o alle motivazioni di quei pensieri per quello che mi è successo, scientificamente parlando non ci sono corrispondenze e non sapremo mai cosa abbia pensato quel piccolo infame di un gene che ha deciso di mettersi nel posto sbagliato nella mia catena di DNA.

Però sono certo di una cosa: i “momenti no” in cui piangere e arrabbiarsi col mondo servono a tutti per dare sfogo alle emozioni che non riusciamo a sfogare in nessun altro modo ma così come iniziano, devono finire.

La fine arriva nel momento in cui capiamo veramente cosa vogliamo ottenere da quei momenti no, tiriamo su le maniche e ci diamo da fare per arrivare a quell’obiettivo.

E questo è quello che sto facendo ora nella mia vita.

Voglio vivere.

Ci sto mettendo e ci metterò sempre tutto me stesso per arrivare a vivere al massimo.”

Le mie cicatrici

Me la guardano tutti, con insistenza.
Me ne sono accorta e quando non me ne sono accorta me l’hanno fatto notare.

La storia della mia cicatrice:
Per diagnosticare la mia malattia c’è voluto oltre un anno.
Uno degli interventi indispensabili per diagnosticare un tumore è la biopsia. Se si tratta di un linfoma si tratta più di un agoaspirato. Se si tratta di un linfoma con bulky mediastinico grande come una palla da baseball, si può tornare a parlare di biopsia.

A me l’hanno fatta sia cosciente, tac guidata: sdraiata sul lettino e sudata fradicia per la paura, con un sondino mi sono entrati nel torace.
Poi anche in anestesia totale e durante l’intervento c’è stata qualche complicazione quindi il taglio che solitamente è più piccolo, l’hanno dovuto allargare.

Poi nella fase di guarigione non si è chiusa bene (mi hanno cucita anche un po’ alla cazzo di cane, a dirla tutta).

Quella linea verticale di pelle più scura e liscissima e tanto delicata, arriva da qui. È questa la sua storia.
La possono guardare tutti.

Potete leggerla tutti.

Di cicatrice poi ne ho anche una più piccola, sopra il seno destro.
A completare la tela: le macchie
Mi pare si chiamino tipo macchie di leopardo. O macchie ad artiglio di tigre.
Insomma, c’è di mezzo un felino.
Praticamente: se, nel periodo di chemio, ti prude la pelle per reazione ai farmaci (e ti prude, ti prude eccome) e per distrazione non ricordi che i medici ti hanno detto di non grattarti mai, ti gratti e dopo qualche minuto appaiono righe rosse in corrispondenza di dove ti sei grattata. Che poi diventano marroni.
No, non vanno via dopo pochi giorni.
Se va bene le tieni anni.
Se no le tieni e basta.

Mi hanno detto che è bello che mostri le mie cicatrici con naturalezza, perché a guardarle un po’ fanno impressione.
Che poi non è che le mostri con così tanta naturalezza, a me la mia pelle liscia piaceva. Però in questi segni c’è la mia storia. Non mostro loro, mostro me.

Potete leggerla tutti

il mio giorno zero

6 ottobre 2020: due anni di arrampicate fin quasi alla vetta, con mani ferite e muscoli esausti e poi, sempre, piccoli smottamenti di terreno e scivolavo giù, lontano dalla vetta, di nuovo al punto di partenza.
Due anni così, che portano dolore fisico ed esaurimento psicologico e, di rimbalzo, anche il cambiamento vero, quello che ti strappa senza troppi preliminari a ciò che eri e ti lancia irrimediabilmente in ciò che sei.
In un luogo dove tutto è presente e nient’altro esiste.
In quel luogo ho conosciuto l’amore della mia vita, la sua famiglia splendida, ho conosciuto il valore di persone che, davanti alla mia testa pelata e alla mia pelle grigia, non si sono girate nemmeno un istante dall’altra parte (come non escludo che avrei fatto io) e hanno guardato in faccia tutti i miei mostri, con me, per me.
Ho rivalutato il valore della mia famiglia, di mio padre che si addormentava su una sedia mentre io facevo terapia, di mia mamma che quando piango mi fa vedere le cose belle e mi tira su il morale, delle mie zie e dei miei zii, delle mie due splendide, splendide cugine (ne ho molti di più di cugini ma ahimè fisicamente sono lontani e comunque nemmeno loro hanno mai fatto mancare una parola d’amore quando ne avevo bisogno). Ho riconsiderato amicizie che, sempre per amor mio, hanno preso le distanze con discrezione, pur non mancando mai.
Infine: io. Io, così forte, così bella. Io.

Sei Ottobre Duemilaventi – il mio giornozero