Balliamoci, su questo filo.

“sappiamo cosa c’è dall’altra parte della vittoria ma la verità è che non siamo pronti mai”

Queste sono parole della mia amica Giorgia, che sa cosa c’è dall’altra parte della vittoria perché in quell’arena, insieme ai leoni, c’è finita pure lei.
E sono parole ispirate da una perdita che brucia il sangue, brucia la carne, annoda il fegato.
È morta (sì, MORTA è la parola adatta. “Venuta a mancare”, “si è spenta” e altri modi di dire, fanno sconti su qualcosa che nessuno comprerebbe mai a prescindere) Martina.
Martina mesi fa si era fatta conoscere per un video in cui denunciava la poca tutela dei pazienti oncologici durante la pandemia (controlli, visite, terapie rimandate a causa dei sovraffollamenti e dei rischi di contagio). Quel video è stato visto da milioni di persone.
È morta ieri.
E allora penso: potevo essere io.
Potrebbe (ancora) succedere a me.
Leggo le sue parole, ascolto la sua voce, tutto fermo sui suoi social, e mi ci vedo dentro, mi ci sento dentro, e tremo.
So che può succedere anche a me.

Alla metafora della guerra ho sempre preferito altro per parlare del cancro. Non conosco alcuna storia che parli di chi combatte contro una parte di sé, che finisca bene.
Allora Ve ne offro un’altra, di immagine.
Pensate di sentirvi su un filo, teso a centinaia di metri di altezza, tra due grattacieli, come Philippe Petit tra le torri gemelle.
Di trovarvi in equilibrio su quel sottilissimo confine tra vita e morte.
Non si può tornare indietro. O si arriva all’altro capo del filo o si cade. E non dipende del tutto dalla propria abilità, non dipende dall’equilibrio né dall’esperienza. A volte si cade, a volte no.

Ogni persona che ha vissuto una storia simile o uguale alla mia che poi muore, è una forte raffica di vento che mi sposta con violenza mentre cerco di arrivare all’altro capo del filo, teso tra i due grattacieli, senza cadere.
Ogni persona di cui ho conosciuto il percorso, che muore di cancro, per me è la tentazione di guardare in basso a cui non ho resistito.
Eppure lo sappiamo tutti che non si guarda giù.
Ma Martina è morta e io non resisto.
Guardo.
E le vertigini mi piegano le gambe.

Quante frasi avresti ancora da dire, quante colazioni avresti da mangiare, ombrelli da aprire, orme da lasciare nella sabbia, estati da sudare, noia da provare, persone da dimenticare, merda da ingoiare, lavori di cui lamentarti, mani di cui innamorarti.

Potrei essere io, Martina.
Quindi anche Martina potrebbe essere me.
Allora mentre tornavo a casa, in auto, con la radio accesa, è partita Stayin’ Alive dei Bee Gees e ho pensato a cosa avresti fatto, Martina, se avessi potuto essere me in quel momento.

Ho alzato a palla il volume, quasi da spaccare tutti i finestrini, e ho iniziato a cantare a squarciagola e a ballare come una pazza.

Marty 🧭

Saprai starmi accanto?

Era l’ingombranza del cancro a farmi pensare che probabilmente sarei rimasta sola. Lo spazio che il tumore occupava nei miei pensieri. Il ruolo che aveva nel condizionare il mio umore.

Non un giorno, anzi, nemmeno un’ora passava senza che ci pensassi.

Non un giorno, anzi, nemmeno un’ora passa senza che ci pensi.

Va bene, mi dico. È normale.

Ma quanto influisce questo sulle mie relazioni?

Mi rabbuio velocemente, a volte senza rendermene conto. Mi estraneo.

Il mio bisogno di stare sola, anche per pochi minuti, non bussa educato alla porta, la scardina con un calcio ed entra.

Il mio nervosismo non si quieta perché la situazione è inopportuna, si sfoga senza chiedere permesso.

Quando voglio piangere, non c’è diga che tenga.

Non sapevo di essere così ampia. Il cancro ingombra tantissimo, ed ingombrando svela gli spazi.

Non c’è un angolo che sia vuoto, in questa casa che sono io stessa.

Ci sono ripostigli in ordine e stanze con roba accatastata, camere talmente pulite da essere sterili e corridoi che manco le fogne.

Non c’è un angolo che sia vuoto.

Sono affollata.

Saprai starmi accanto?

Saprai starmi accanto?