Papà e Mamma

Mio papà non è stato molto contento dopo aver letto il mio libro la prima volta, diceva che l’immagine che davo di lui non era per niente bella.

Mentre scrivevo “Il vizio dell’infelicità” ero particolarmente concentrata su me stessa.

I chemioterapici che mi scorrevano nel sangue sembravano essere l’unico veleno che il mio corpo accettava, tutte le altre cose tossiche che mi si erano radicate dentro dovevano sloggiare.

Come se facessero anche loro parte di quei pezzi di me fatti di cellule impazzite: il mio corpo sapeva che era la giusta occasione per guarire non solo dal cancro.

Recriminazioni, rimpianti, vuoti cosmici legati al mio passato erano stati sfrattati dal mio petto e si trovavano a girare senza meta cercando una nuova casa dentro di me.

Dovevo dargli una via d’uscita e volevo farlo in fretta.

Per questo la sua figura è stata liquidata in modo così superficiale e con quel sarcasmo un po’ stronzo. Chi ha letto il libro sa anche che non ho particolarmente approfondito nemmeno mia madre (pranzo di Natale a parte): non ho descritto il loro dolore e il loro smarrimento, non ho messo nero su bianco i loro sguardi, non ho parlato di tutto quello che in quei mesi gli ho fatto passare, vomitando loro addosso tutta la mia rabbia repressa, urlandogli contro le peggiori accuse che si possano rivolgere a qualcuno, rinfacciandogli ogni cosa dei trentacinque anni precedenti alla malattia.

Era di me che avevo bisogno di parlare e attraverso quelle parole volevo redimermi, elencarmi le ragioni per cui potevo finalmente dire di essere orgogliosa di me.

Ci sarà spazio e ci sarà modo di rendere giustizia a questa mia famiglia, a questo papà che si addormentava sulla sedia mentre facevo la chemio, che mi ha aspettata davanti all’ascensore quando sono risalita dalla terapia intensiva, che dopo un’ora di strada per raggiungere l’ospedale, si bardava con due tute, due mascherine, guanti e copri scarpe durante la seconda ondata di coronavirus per stare con me la mezz’ora che gli concedevano.

A questa mamma, che quando ero piccolissima e mi era venuta l’otite, non riusciva a sopportare di sentirmi piangere e vedere star male senza disperarsi e che mi chiedo quindi come abbia fatto ad affrontare tutto questo.

Ci sarà spazio, ora che di spazio ne è rimasto solo per il buono.

Papà e mamma.

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