La positività tossica

Ovvero quella convinzione nociva secondo la quale bisognerebbe affrontare tutto col sorriso. C’è una parte nel mio libro in cui parlo della top4 delle cose DA NON DIRE aæ malatæ di cancro. Su tutte troneggia la frase “affrontalo con positività”.

Mi sono sentita dire queste parole moltissime volte e ho sempre pensato nascondessero una convinzione pericolosa: quella secondo la quale il sorriso sia sempre la reazione giusta, quella a cui puntare per essere considerate persone migliori.

Quando ancora ero agli inizi della mia esperienza con la malattia, la prima risposta che mi veniva da dare era una semplice sprangata sui denti. Poi mi hanno diminuito il dosaggio di cortisone e ho ripreso il controllo di me stessa, dunque ho ragionato e ho capito che

1. siamo circondatæ da positività tossica, circondatæ da fintæ guru del successo personale, quellæ che fanno venire l’acquolina in bocca a suon di “trasforma quel problema in un’opportunità” o “ehi tu, tutto ciò che accade può insegnarti qualcosa, alzati e cammina” ecc. Il mondo è un terreno minato da questo punto di vista.

2. il dolore altrui fa paura perché sappiamo che può colpire anche noi o chi amiamo, senza preavviso alcuno. Sostenere la cultura del sorriso sempre e comunque, dissociandosi dalla verità di ciò che si prova, dà l’illusoria sensazione di immunità: se saprò accogliere la vita, le persone, gli accadimenti avversi, le pedate a piedi scalzi sugli aguzzi angoli dei mobili, il sistema tributario italiano, Enrico Papi e il suo ennesimo programma di merda con positività, mi posso salvare.

Mi sono fatta un’idea su questi due punti. Per quanto riguarda il primo, già solo per il fatto che nelle frasi usate più spesso in quest’ambito i verbi siano all’imperativo, mi si scatena l’orticaria emorragica: non mi stai dicendo di guardarmi dentro e accogliere le mie emozioni, mi stai imponendo una reazione standard a prescindere. Perché è giusto, perché è il modo più dignitoso di provare sentimenti negativi, perché il dolore sarebbe meglio non avesse testimoni. Solo a me sembra che tutto questo significhi negarsi il diritto di provare qualsiasi cosa, senza sensi di colpa?

Per quanto riguarda il secondo punto, quand’è che l’essere umano capirà che non esistono punizioni legali o divine per le emozioni laceranti, velenose, potenzialmente letali? Me lo chiedo spesso, specchiandomi nel mio senso di inadeguatezza. Non riesco a comprendere con quali criteri una emozione giusta si distingua da una sbagliata. Nonostante una malattia come il cancro non conceda sconti nel proprio universo emotivo e quindi, detta in parole povere, essere incazzati come bestie o camminare sul filo sottilissimo della depressione sia del tutto comprensibile, io mi sono colpevolizzata più volte per i miei scatti d’ira, per il fatto di non riuscire nemmeno ad alzarmi dal letto causa paura e dolore (e non parlo di quello fisico) e per non essere in grado di… “Reagire”, altro verbo sì caro aæ sovranæ della gioia di vivere, coniugato sempre all’imperativo: “che aspetti?? Reagisci!”.

Domanda: piangere non è anch’essa una reazione? Disperarsi? Arrabbiarsi, urlare, lanciare cose al muro, alzare il dito medio: non sono modi di reagire?

<< Primo posto e medaglia d’oro: “Devi affrontare tutto con positività”.

Ah, sì? Devo? Lo sfatiamo il mito che vivere in stile zen sia sempre la cosa migliore?

Io ho capito una cosa dal mio tumore: reprimere è sbagliato. Rifiutare la rabbia è sbagliato. Mantenere sempre la calma è sbagliato. Cercare di tenere tutto sotto controllo è sbagliato. E in tutto questo sbagliare c’è anche: ridere quando si vorrebbe urlare, acconsentire quando ci si vorrebbe opporre, (…) negarsi i momenti di sconforto (…). Io ero abituata a fare tutto questo, ero convinta che imitare Pollyanna che gioca coi cristalli dopo che la sua famiglia è stata sterminata fosse un atteggiamento che mi potesse rendere degna d’amore. Lo stile zen non è sempre la cosa migliore, così come non è sempre la cosa peggiore. La cosa peggiore (sempre) è pensare di dover rispecchiare quello che ci hanno fatto credere sia il giusto modo di vivere.

La malattia, di qualsiasi malattia si tratti, nasce dal rifiuto di se stessi, dalla negazione di quello che si prova, dall’indossare panni che non sono i nostri, che ci stanno stretti, che ci soffocano. La malattia nasce dalla resistenza ai cambiamenti ai quali siamo destinati, cambiamenti che inevitabilmente fanno paura. Quella paura va affrontata e digerita, nel modo che appartiene a noi. Solo a noi.

La vita sta nei cambiamenti. La malattia è stasi, rassegnazione, rifiuto, repressione.

(…) “Devi affrontare tutto con positività.” Cosa? Il mio tumore? La paura di morire? E perché con positività?

Accantono per un attimo quello che “dovrei” fare e penso a quello che voglio: voglio essere me stessa, voglio ripartire da zero e concedermi tutto quello che di negativo possa provare.>> (passaggio tratto “Il vizio dell’infelicità”)

N.B. se rientri tra le persone che mi hanno detto le frasi sopracitate: lo so che avevi buone intenzioni!

N.ancorameglio: se ti senti vittimæ della positività tossica, se ti rendi conto di non riuscire più ad entrare in contatto con le tue emozioni negative e questo ti sta allontanando da te stessæ: la psicoterapia può aiutarti moltissimo.

6 thoughts on “La positività tossica

  1. Dave says:

    Cara Sara, che bello leggerti.
    Ammiro la tua ironia sardonica e grazie per aver condiviso il tuo pensiero.

    Sono con te quando mostri scetticismo nei confronti della positività tossica. Anche se io ho più paura dell’ottimismo tossico; piccoli dettagli, ma il pensiero per il quale alcune persone ritengano che tutto vada affrontato con un sorriso e che tutto sia fantastico mi fa paura.
    A volte essere incazzati con il mondo e avere voglia di mandare a quel paese tutto e tutti è la migliore medicina. Ed essere tristi perché ti hanno diagnosticato un tumore credo che sia un atteggiamento sano ed inevitabile per poter passare oltre. Pensa se ci si mettesse a ridere di fronte ad una diagnosi. Alto che Enrico Papi.
    Hai ragione ad affermare che sia difficile stare al fianco a chi ha un tumore; molte persone associano il cancro ad una condanna a morte. E alcune persone che ho incontrato io non sapevano proprio cosa dire: hanno attivato la modalità sbattimento e alcune si sono infilate in pericolose evoluzione dialettiche che alla fine è toccato a me tirarle fuori dall’impiccio. Sarebbe molto meglio non dire niente o evitare frasi rassicuranti (per chi le dice). Come dire a chi soffre di depressione: cosa ti costa essere felice?
    In questo senso, generare della cultura della malattia aiuta chi ti segue ad affrontare in maniera serena il proprio rapporto con la morte e soprattutto con noi! ?
    Il tuo è un bell’esempio.

    E comunque aspetto sempre il giorno in cui affronterai il punto sui guerrieri.
    Ti abbraccio

    • Sara says:

      Davide ❤️, innanzitutto tranquillo che ai guerrieri ci arrivo presto ?. Io credo che la reazione a una diagnosi di questo tipo, sia per chi è malato che per chi gli sta intorno, sia un processo più che un evento circoscritto in un tempo limitato. Un processo lungo che ha per ognuno un obiettivo diverso, soggettivo ma in ogni caso non può e non deve discostarsi dal proprio modo di vivere in generale la vita, perché è di questo che si parla anche quando ci si sta approcciando ad una malattia come il cancro. Ho smesso di cadere nelle sabbie mobili degli altrui discorsi quando mi sono aggrappata forte alla verità di ciò che provavo, qualunque essa fosse, e spesso non era piacevole. È stato il mio modo di darmi libertà. E una volta fatto questo ho notato un cambiamento per me importante nel modo in cui le persone che ho accanto, come dici tu, affrontano il rapporto con la morte e con me. Grazie di questo tuo commento ❤️

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